Platone insegna che questo mondo è un mondo di ombre,
e decide di tornare sui suoi passi verso la realta, il vero mondo,
quello spirituale, divino e pensa di trovarlo in sè stesso.
Gli esiliati trovano un dio sconosciuto dentro di loro
ma nello stesso tempo non riescono trovare questo dio nel mondo,
perchè il mondo è crudele, disagio, miseria.
Perciò decidono che questo mondo è creato da un dio minore,
una divinità tribale che oscura un mondo vero e divino.
L'inconscio collettivo e individuale proietta le sue immagini e il coinvolgimento che ne segue, a questa visione, imprigiona ancora di più l'uomo incapace di distaccarsi da questa falsa luce.
Nella carriera di Jean Renoir ha sempre privilegiato i personaggi rispetto alle situazioni drammatiche. La Grande Illusione svolge sempre la sua azione in due campi di prigionieri, dove tutto può succedere e dove anche le minute azioni della vita quotidiana prendono l'intensità di peripezie eccezionali.
Ne La Grande Illusione ritroviamo buona parte dei componenti dello stile di Jean Renoir che aveva rifiutato nei film precedenti: i cambiamenti di tono, il gusto delle generalità nel dialogo, i paradossi e soprattutto un senso molto forte degli aspetti barocchi della vita quotidiana, ciò che Jean Renoir chiama la "fiera della realtà".
La coabitazione forzata che è la base della vita militare e ancor più nella vita di prigione, permette di fare riuscire le differenze di classe, di razza, di pensieri e di abitudini. Jean Renoir si evolve in questo scenario come un pesce nell'acqua. L'idea che ha espresso così spesso è che il mondo si divide orizzontalmente e non verticalmente, ossia per affinità piuttosto che per nazionalità, e ciò si evince sin dall'inizio del film quando Eric Von Stroheim dice al suo prigioniero Pierre Fresnay: "Ho conosciuto uno di Boeldieu, un conte di Boeldieu" e Fresnay risponde: "Era mio cugino ". A partire da là, una complicità si stabilisce, una relazione eccezionale che ci permette di affermare che se il personaggio della contadina tedesca, interpretata per Dita Parlo che vivrà una breve avventura con Jean Gabin profugo nella sua fattoria, non esistesse, ci sarebbe ugualmente una storia di complicità e di devozione nella Grande Illusione. Tutto lungo il film, Stroheim, vecchio combattente che prova la sua condizione di comandante della cittadella umiliante tanto quanto quella di un custode di giardinetto pubblico, è pieno di amarezza e di disprezzo per il gruppo di prigionieri francesi, salvo Boeldieu. E' a lui che chiede di dare la sua parola che non c'è niente di nascosto nella camera. Fresnay dà la sua parola, mentre ha appena dissimulato una corda all'esterno della camerata, lungo la grondaia.
È probabilmente a causa di questa relazione che si è stabilita in funzione della loro origine nobile che Fresnay non evaderà coi suoi compagni, dicendo loro che hanno più probabilità a essere in due, ma tuttavia li aiuterà nel loro tentativo creando un diversivo all'ora stabilita. Fresnay incarna il figlio di buona famiglia, il burbero dall'anima gentile, suonando il flauto in guanti bianchi, sotto i proiettori della fortezza tedesca, per permettere di fuggire ai suoi compagni. Nella scena seguente Stroheim, sconvolto, si rivolger a Fresnay in inglese per essere compreso soltanto da lui e supplicarlo alla resa prima che egli, Stroheim, non sia costretto a sparargli. Poi, quando Fresnay, viene raggiunto mortalmente dal colpo di revolver di Stroheim, e smette di vivere, vedremo Stroheim tagliare con le forbici il fiore di geranio sul bordo della sua finestra, l'unico fiore della fortezza. Ecco la storia di amore che insegue parallelamente tutto lungo La Grande Illusione, alla cronaca delle relazioni tra Jean Gabin, Marcel Dalio e Carette che rappresentano rispettivamente tre tipi di francese: l'ingegnere venuto del popolo, l'ebraico di grande famiglia e l'attore parigino. Tutti questi personaggi sfuggono a clichè e stereotipi e sono filmati con realtà. In La Grande Illusione, partendo alla ricerca della verità, Renoir saprà girare la schiena a tutti i luoghi comuni dei film di guerra.
Fedele al suo metodo, più morale che psicologico, Jean Renoir conduce il suo film secondo il principio della bilancia, ossia aggiungendo dei pesi successivamente ed alternativamente su ogni vassoio in modo da rivelare gli esseri umani nelle loro profondità, in modo anche di sfuggire al documentario, il genere più falso del cinema. Jean Renoir è un inventore.
Se si considera che la Grande Illusione si divide in tre parti, è chiaro che la parte centrale è dedicata allo spettacolo, alla festa che i prigionieri tengono. Innanzitutto, hanno intenzione di rinunciare apprendendo, che le truppe tedeschi hanno preso il villaggio di Douaumont. Danno ugualmente il loro spettacolo ed è durante la grande serata che Jean Gabin chiede il silenzio ed annuncia che i francesi hanno ripreso Douaumont . Questo occasiona il più bel momento del film, quando si vede allora un soldato inglese travestito in "girl" togliere la sua parrucca, disfare la metà del suo corpino ed intonare la Marsigliese. Questa iniziativa conduce Jean Gabin alla segreta e ne potrà uscire solo quando i tedeschi avranno ripreso Douaumont Il passaggio del tempo, il lato interminabile di questa guerra, sono così suggeriti mirabilmente da questa area degli avvenimenti particolari e generali.
Non si troverà nella Grande Illusione una sola osservazione, un solo dettaglio che sarebbe negativo o peggiorativo per la Germania; la guerra stessa è mostrata se non come unadelle belle arti almeno come un sport. Ad un personaggio che si scusa dicendo: È la guerra ", Boeldieu risponde "Sì, ma si può farla educatamente".
Lo spirito di tolleranza, l' intelligenza libera da schemi di Renoir viene deviata dalle censure esercitate contro il film. Al festival di Venezia nel 1937 si inventano un premio si consolazione invece che il grand prix che la giuria non osa dare. Mussolini e Goebbels interdicono il film nei rispettivi paesi forse a causa delle scene in cui si mostra un ebreo (Dalio) esprimere la generosità giudea. In Francia un critico attacherà il film di antisemitismo. Tutte le copie che gireranno nel dopo-guerra saranno incomplete, amputate qui e là e solo nel 58 Renoir potrà restaurare la sua opera nella sua integralità. Pochi però seppero vedere il genio di Renoir che anche quando difende una verità morale o sociale particolare non lo fà a spese dei suoi personaggi che incarnano l'errore ma a detrazione del loro ideale. Gli uomini come le idee hanno le loro chances. Nel 1958 a Bruxelles il film figura sulla lista internazionale dei dodici migliori film in assoluto. L'unico film francese della lista.
Per Renoir l'uomo è un ente sia che si tratti di un artista megalomane, di un bambino che fa i capricci o di un poliziotto che si ritiene indispensabile. Persino davanti alla morte la visione di Renoir non perse mai di vista l'uomo spossessato della sua primigenia identità e allo stesso tempo sostenuto dalla Grande Illusione del mito della caverna di Platone. Per Renoir l'idea primigenia continuerà a sussistere latente in loro.