" L'immagine cinematografica prende corpo in una quarta dimensione avvertibile dall'occhio. Ma cionondimeno, non ogni fotografia cinematografica può pretendere di dare un immagine del mondo: il più sovente ne descrive soltanto la concretezza. La registrazione naturalistica dei fatti è del tutto insufficiente a creare un immagine cinematografica. L'immagine del cinema si fonda sulla capacità di far passare per osservazione la propria percezione dell'oggetto. L'immagine, come riteneva Gogol è chiamata ad esprimere la vita stessa e non dei concetti o delle riflessioni sulla vita” A. Tarkovskij
Esiste una lingua, una forma di comunicazione che attraverso sentimenti e immagini supera l'incomunicabilità, che attraversa le barriere, che abbatte gli ostacoli che separano figure che prima si trovavano opposte allo specchio, opposte dalla porta. Abbattere la dimensione spazio-temporale per avvicinarsi il più possibile al perturbante, è quello che Tarkovskij chiama 'mistero'.
Uno schermo si allarga e il mondo, che prima era separato da noi, attraverso un diaframma entra in noi, diventando la realtà. Il piccolo Aleksej (lo stesso Tarkovskij) si rivolge direttamente agli spettatori seduti dall'altra parte dello schermo. Il tempo è unico e indivisibile.
Quante parole conosce l'uomo? Ha il dono di penetrare nel mondo dei sentimenti e del mondo che ci circonda e di mostrare valori autentici? O forse il grande merito è di ascoltare e comprendere?
Gli avvenimenti che il protagonista del film ricorda in uno stato di profondissima crisi spirituale lo fanno soffrire fino all'ultimo momento, suscitando in lui tristezza e inquietudine.
Proprio come accade nella “cerca” proustiana, ne “Lo specchio” il regista è a letto, malato, e va alla ricerca del tempo perduto; e il mondo in cui pensa e quello che pensa creano una rappresentazione di esso vivida e definita.
Il racconto inizia nel 1932, anno di nascita del regista.
Il film si intitola "Zerkalo" e lo specchio è qualcosa che delimita le coordinate spazio-temporali. Le scene godono di una loro autonomia, assicurata dall'esaurimento del tempo reale nel tempo cinematografico. Un tempo che lascia cadere gli oggetti, che ferma l'inquadratura anche dove, apparentemente, non c'è vita.
Basti pensare che perfino l'aria ha un suo tempo, riportato cinematograficamente, come quando viene inquadrato l'alone del vapore lasciato dalla tazza di tè caldo sul vetro del tavolo, fino a quando questo non scompare.
L'urlo finale di Andrej/Ignat e la carrellata sui tronchi degli alberi di un fitto bosco traducono le frasi emblematiche dell'ultima poesia recitata da Arsenij Tarkovskij: "L'uomo ha un corpo solo, solo come la solitudine, l'anima ne è stanca e io cerco un'altra anima".
