La Camera Obscura

Gli uomini imprigionati sono costretti ad osservare le ombre proiettate sulla parete di fronte. Il mito di Platone con la fonte delle ombre, puo essere reputato l'idea primordiale del cinema.
martedì, 22 gennaio 2008

Omaggio a Jean Eustache

(con dedica al blog "riflesso cinefilo" http://riflessocinefilo.blogspot.com/)

Jean Eustache voleva essere innanzitutto un rivoluzionario e far fare dei passi indietro al cinema tornando ai Lumiere, alle origini. Togliendo il superfluo da ogni film, sin dall'inizio.

Per Eustache la camera riprende ed è cinema. I grandissimi autori del cinema: Griffith, Renoir, Dreyer usavano la macchina da presa come registrazione di avvenimenti.

Prendiamo per esempio "la maman et la putain"  un film che riflette passionalmente sui rapporti umani e che è considerato un grande film del cinema francese, forse il migliore degli anni 70. Qui il regista rompe con il resto della produzione dell'epoca seppur innovativa dopo l'ascesa della "Nouvelle Vague" .

Certo...riprese in esterni, suono diretto sono alcuni elementi di quegli autori giovani da cui però resto a margine. Eustache ha una visione e un stile rigorosamente personale con cui caraterizza tutta la sua opera.

Jean Pierre Leaud disse di non essere mai stato così libero, di essere sè stesso davanti alla macchina pur avendo lavorato con Truffaut, Godard,  Skolimovskij...

Stranamente Eustache è un autore che ha sempre prodotto ma è sempre stato considerato un cineasta marginale, ma non emarginato se non verso sè stesso e alla sua concezione di cinema che rappresentava un cambiamento.

Non era un cineasta maledetto, era un autodidatta. Le idee per i suoi film gli venivano direttamente da dispute o discussioni avute con i protagonisti dei suoi film o altro materiale autobiografico.

Non era un autore nell'accezione classica del termine, ma qualcuno che pur vivendo nel presente, conservava tutto per aver materiale da cui trarre fuori le idee. Non era un autore drammatico e sul set lasciava libero l'attore, senza imporre o permettere a qualcuno di farlo; di sporcare quel momento magico, quella pagina bianca.

Per Eustache la camera riprende ed è cinema! Senza virtuosismi o esagerazioni.

 per voi un estratto del film citato postato da me su youtube

per maggiori info:  http://www.cineclubdecaen.com/realisat/eustache/eustache.htm

 

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domenica, 25 novembre 2007

" L'immagine cinematografica prende corpo in una quarta dimensione avvertibile dall'occhio. Ma cionondimeno, non ogni fotografia cinematografica può pretendere di dare un immagine del mondo: il più sovente ne descrive soltanto la concretezza. La registrazione naturalistica dei fatti è del tutto insufficiente a creare un immagine cinematografica. L'immagine del cinema  si fonda sulla capacità di far passare per osservazione la propria percezione dell'oggetto. L'immagine, come riteneva Gogol è chiamata ad esprimere la vita stessa e non dei concetti o delle riflessioni sulla vita” A. Tarkovskij

 

Esiste una lingua, una forma di comunicazione che attraverso sentimenti e immagini supera l'incomunicabilità, che attraversa le barriere, che abbatte gli ostacoli che separano figure che prima si trovavano opposte allo specchio, opposte dalla porta.  Abbattere la dimensione spazio-temporale per avvicinarsi il più possibile al perturbante, è  quello che Tarkovskij chiama 'mistero'.

Uno schermo si allarga e il mondo, che prima era separato da noi, attraverso un diaframma entra in noi, diventando la realtà. Il piccolo Aleksej (lo stesso Tarkovskij) si rivolge direttamente agli spettatori seduti dall'altra parte dello schermo. Il tempo è unico e indivisibile.

Quante parole conosce l'uomo? Ha il dono di penetrare nel mondo dei sentimenti e del mondo che ci circonda e di mostrare valori autentici? O forse il grande merito è di ascoltare e comprendere?

Gli avvenimenti che il protagonista del film ricorda in uno stato di profondissima crisi spirituale lo fanno soffrire fino all'ultimo momento, suscitando in lui tristezza e inquietudine.

Proprio come accade nella “cerca” proustiana, ne “Lo specchio” il regista è a letto, malato, e va alla ricerca del tempo perduto;  e  il mondo in cui pensa  e quello che pensa creano una rappresentazione di esso vivida e definita.  

 Rivisita i posti dell'infanzia e, spingendosi oltre, si immagina l'incontro tra i genitori ancora prima che venisse concepito, il loro primo bacio, la decisione di metterlo al mondo.

Il racconto inizia nel 1932, anno di nascita del regista.

Il film si intitola "Zerkalo" e lo specchio è qualcosa che delimita le coordinate spazio-temporali. Le scene godono di una loro autonomia, assicurata dall'esaurimento del tempo reale nel tempo cinematografico. Un tempo che lascia cadere gli oggetti, che ferma l'inquadratura anche dove, apparentemente, non c'è vita.

Basti pensare che perfino l'aria ha un suo tempo, riportato cinematograficamente, come quando viene inquadrato l'alone del vapore lasciato dalla tazza di tè caldo sul vetro del tavolo, fino a quando questo non scompare.

 L'urlo finale di Andrej/Ignat e la carrellata sui tronchi degli alberi di un fitto bosco traducono le frasi emblematiche dell'ultima poesia recitata da Arsenij Tarkovskij: "L'uomo ha un corpo solo, solo come la solitudine, l'anima ne è stanca e io cerco un'altra anima".

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martedì, 13 novembre 2007

Il manierismo di Jacques Demy 

L'ironia, la raffinatezza e il manierismo con cui comunica Demy sono sconvolgenti brevi scossoni, shock come se la sua bellezza fosse generata da una ferita, una frattura. L'efficacia emozionale e l'equilibrio tra sorriso e lacrime, i sentimenti e le sue stesse contraddizioni portano ad un livello elementare la bellezza filmica, dove la bellezza si fonda su un armonia e ripartendo dal filmato di Fellini, possiamo dire che il cinema non è una somma di linguaggi, ma un'arte che porta in superficie elementi compositi.

Nel cinema di J. Demy la separazione crudele, l'amore mite e comprensivo, la felicità non sono convenzioni, nè prese in giro ma l'allestimento di una porta che oltrepassata, saltata, ci porta ad esalare un profumo nuovo, singolare, di un nuovo universo; una percezione, una sillaba pronunciata che porta a tutte le interpretazioni possibili, quindi libero, pieno di fascino, di fragilità, di indulgenza, di personaggi femminili e costanti negazioni delle apparenze.

Il cinema  di Jacques Demy è una lezione di scioltezza e naturalezza che rivela un temperamento; una delle virtù essenziali nel cinema: il respiro.

 

 

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mercoledì, 12 settembre 2007

"Signore, non avete suonato male, ...ma non ho udito musica. Potrete aiutare coloro che danzano, accompagnare i cantanti, vi guadagnerete da vivere, sarete circondati da musica, ma non sarete un musicista. Avete un cuore per sentire? avete idea di cosa sono i suoni quando non servono a danzare, dilettare le orecchie del re?"                      (Tutte le matttine del mondo, film di A. Corneau)

L’Arte è qualcosa di cui non si può parlare. Non è fatta per Dio, né per il pubblico, l’oro la gloria, né per i nostri sensi o per il silenzio.


L'Arte influenza il pubblico, non perché il suo esempio sia contagioso, ma in quanto lo nobilita dal punto di vista morale, mettendolo a confronto con situazioni diverse, con il mondo degli scrittori e degli artisti. Tutto questo ha un impatto sull'animo umano tale da trasformarlo; dopo aver visto o letto un'opera d'arte non è più possibile rimanere uguali a prima.

 

Il teatro, il cinema, l'arte dovrebbero riportare sulla scena non il senso della vita, ma  una certa verità calata nel più profondo dello spirito; un gioco di rapporti, di gesti traducibili in atti, avvenimenti; un calarsi nella dimensione del sogno.

Per cio che concerne la libertà della creazione, di questo non si può assolutamente discutere. Senza di essa non esiste nessuna arte. L'assenza della libertà deprezza automaticamente l'opera d'arte, le impedisce di rivelarsi nella forma migliore. L'assenza di questa libertà porta a che l'opera d'arte, nonostante la sua esistenza fisica, non esista di fatto. Nella creazione dobbiamo vedere non soltanto la creazione.  Al contrario, il vero artista, e a maggior ragione il genio, appaiono schiavi del dono che distribuiscono.

Essi sono legati da questo dono agli uomini, al cui nutrimento spirituale e al cui servizio sono stati scelti.

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domenica, 22 aprile 2007

 "L'arte serve all'uomo per elevarsi spiritualmente, innalzarsi al di sopra di sè stesso, per usare ciò che noi definiamo >libero arbitrio<" A. Tarkovskij

I film sono come meteoriti caduti dal cielo, recanti in sè stessi il loro inizio e la loro fine. Sono universi imperfetti che apportano le loro proprie certezze, illusioni, valori. Il loro motore è un Orologiaio, un unico Autore perfetto, che li spinge alla creazione per salvarsi dall'oblio. La loro originalità creativa è una forma che crea e incuriosisce sia che essa si concentri  verso l'innovazione o verso la caducità.

Nel cinema la nozione di "autore"  è simile a quella di un autore in letteratura o in pittura: un uomo che gestice la propria opera, nella quale c'è lui stesso, la sua interezza. La pressione a cui è sottoposto non è un eccezione. Ogni vero artista è sempre sotto pressione e non lavora mai in consizione ideali. Forse se lavorasse in condizioni ottimali  non esisterebbe il suo lavoro; perchè l'artista non lavora in un vuoto senz'aria. Una pressione deve esserci, non si sa dire di che tipo, ma deve esserci. E l'artista esiste proprio perchè il mondo non è perfetto, e l'arte non sarebbe necessaria a nessuno se il mondo fosse regnato dall'armonia e della bellezza.

L'uomo non cercherebbe l'armonia in altre attività, vivrebbe in essa.

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giovedì, 15 marzo 2007

 

Nei primi tempi del Cristianesimo, c’era chi  presentiva questo mondo come un mondo di ombre e ritornò con i suoi passi verso la realtà, verso il vero mondo,  pensando di trovarlo da sè stessi, senza nessuna mediazione. Essi dicevano: “Questo non è un mondo reale, ma di ombre”.

“Tra i cineasti, Quelli che creano il proprio mondo di solito sono i poeti. Ci sono Bresson su tutti, Dovzhenko, Mizoguchi, Bergman, Bunuel, Kurosawa e per strano che possa essere, questi sono stati i più importanti film-makers. Il loro scopo consisteva nel dare espressione a quello che c'è di più profondo, e non correre  dietro a quello che il mondo chiama l’audience.” Tarkovskij

 

 I direttori di film, citati dall’artista russo, si opposero al gusto dell'audience, che è per il show biz un fattore decisivo. Non lo fecero perché essi desideravano restare nell'oscurità delle luci della ribalta, ma perchè posarono il loro ascolto nel segreto: un mondo simbolico, non esistente negli interessi dei produttori. Questo spiega perchè ebbero seri problemi per far uscire i loro film.

 

  MARTIRIOLOGIO

 

Orson Welles

"L'orgoglio degli Amberson"
Il suo secondo straordinario film è stato disconosciuto dall'autore stesso perché la produzione tagliò quarantatrè minuti di pellicola montandone una nuova versione senza la supervisione del regista che, con risentimento, abbandonò Hollywood per andare in Europa.

"È tutto vero"
A causa delle gravi difficoltà produttive, Welles sarà costretto più volte a sospendere la realizzazione di tutte  le opere successive, alcune addirittura resteranno definitivamente incompiute, bloccate dai produttori nel 1942 per questioni politiche e ritrovate dopo quarant'anni negli archivi della Rko.

Jacques Tati

“Jour de fète”
Fu il primo film a colori transalpino. Dato che all'epoca non era possibile stampare come voleva il regista, almeno in Francia, soltanto nel 1964 con i suoi mezzi, riuscì a curarne una rudimentale edizione a colori mentre quella definitiva è uscita postuma soltanto nel 1995.

“Playtime”
Il progetto prevedeva la costruzione alla periferia di Parigi di una città: Tativille, con strade asfaltate e impianti funzionanti, una piccola città che sarebbe dovuta diventare la cinecittà francese. L'impresa fallisce e la ferita gli costò gli ultimi 15 anni di cinema...e il suo ultimo film “Confusion”.

Louis Bunuel

"L'Âge d'Or"
Onirico e provocatorio al punto che per lo scandalo che lo ha accompagnato, la sala nella quale si proiettava fu bruciata dai fascisti. Bunuel è costretto a trasferirsi in Francia, negli Stati Uniti e in Messico.
Messo nel segreto e brutalmente vietato per 50 anni, il film, fu riproiettato al pubblico di Parigi per la prima volta nel 1981.

"Il bruto"
Il film è del 1952, ha subito l'intervento pesante della censura e la sceneggiatura è stata stravolta dalla produzione.

"Viridiania"
Capolavoro complesso e inquietante, fu definito sacrilego e blasfemo e attaccato addirittura dall’Osservatore Romano. Franco proibisce il film perché la religione perde. Il Consiglio dei Ministri spagnolo alla presenza di Franco destituisce il direttore generale del cinema.

"Simon del deserto"
E' stato disastrato da problemi finanziari.

continua

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categoria: cinema, arte, libertà, tarkovskij, welles, tati, bunuel


martedì, 27 febbraio 2007

 

 

“A mio parere, l'artista non procede affatto come un ricercatore, egli non agisce empiricamente in nessuna maniera ("proverò a fare questo, tenterò quest'altro"). L'artista dà una testimonianza sulla verità, sulla sua verità del mondo. L'artista deve essere certo che egli e la sua creazione rispondano alla verità. Io rifiuto il concetto di esperimento, di ricerca nella sfera dell'arte.” A. Tarkovskij

 

Il cinema magico, la creazione della camera obscura è l'immagine che risveglia: la lanterna magica.

Certo, “il cinema della stanza in fondo” è un prolungamento del gioco infantile. I ricordi dell'infanzia non hanno mai fatto di un uomo un artista; ma il gioco, se è privo di scopo strumentale in quanto premio a sé stesso, non è privo di finalità.

 

Ogni cultura nasce dal gioco. Attraverso di esso la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo. Tutte le attività fondamentali della società umana nascono dal gioco. E l’arte è un gioco con finalità molto serie, perché ci fa sperimentare altri mondi possibili, ci aiuta a capire la vita e a viverla meglio, dando un senso alla realtà, facendoci sperare che la bellezza creata dall’uomo possa essere meno effimera di quella della natura, come è il caso dei film che i grandi registi ci hanno lasciato in dono.

 

Costoro hanno affrontato, seppur sabotati e combattuti, un vestito filmico alla loro idea/spirito: affrontare questa ombra del corpo che è l’anima.

 

Questi artisti che non sono né  eroi né superuomini, né ribelli; ma degli stranieri sulla terra come il principe Myskin di Dostoevskij o come il santo bizantino Andréi Iurodivi: un anti-eroe ben delineato nel suo profilo dalla letteratura russa.

 

L'arte influenza il pubblico, non perché il suo esempio sia contagioso, ma in quanto lo nobilita dal punto di vista morale, mettendolo a confronto con situazioni diverse, con il mondo degli scrittori e degli artisti.

 

Tutto questo ha un impatto sull'animo umano tale da trasformarlo.

Dopo aver visto o letto un'opera d'arte non è più possibile rimanere impassibili e tali quali eravamo prima della… “visione”.

 

Sono state scritte migliaia di pagine sui grandi artisti ma, in fondo, nessuno ha potuto spiegare nulla. Nessuno ha potuto trovare, sfiorare la verità, toccare l'essenza della loro creazione! Questo dimostra ancora una volta che il miracolo è inspiegabile...

 

La libertà nel senso più alto e soprattutto nel senso artistico, nel senso della creazione, non esiste. In circostanze contraddittorie, ci sono stati uomini che hanno avuto una inaudita libertà interiore, un mondo interiore, nobiltà. La libertà non consiste nella qualità della scelta: la libertà è una condizione dello spirito.                       

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lunedì, 12 febbraio 2007

            

Un adulto sfortunato può ricominciare la sua vita altrove, può cambiare luogo, può ripartire da zero. Un ragazzo infelice non può avere questo pensiero. Egli sente di essere infelice ma non può dare un nome alla sua infelicità...

Se dovessi stilare una lista di film europei sull'infanzia e l'adolescenza, citerei Zero in condotta di Vigo, ben tre film di Truffaut, poi sempre dal cinema francese vi sono due grandi film che sono quelli di Jean Eustache "Mes petites amoureuses" e di Claude Berri "Le viel homme et l'enfant"; anche nel neorealismo italiano l'infanzia è ben narrata con la trilogia di De Sica, con Rossellini, e per finire chiuderei con l'Infanzia di Ivan di Tarkovskij.

Altro non dico, lascio che siano i film a parlare per loro stessi.

"Io ho avuto un'infanzia difficile, non tragica come quella di Julien, ma difficile e mi ricordo che ero molto impaziente di crescere, perché vedevo che gli adulti hanno tutti i diritti, possono decidere della propria vita; un adulto infelice può ricominciare la vita altrove, può ripartire da zero: un bambino infelice nemmeno lo pensa, sa di essere infelice, ma non può dare un nome a questa infelicità. E soprattutto dentro di lui non può mettere in discussione i genitori e gli adulti che lo fanno soffrire. Un bambino infelice, un bambino martire si sente sempre colpevole ed è questo che è orribile.
Fra tutte le ingiustizie che ci sono al mondo, quelle che colpiscono i bambini sono le più ingiuste, le più ignobili, le più odiose. Il mondo non è giusto e forse non lo sarà mai, ma è necessario lottare perché ci sia giustizia, bisogna, bisogna farlo: le cose cambiano, ma lentamente; le cose migliorano, ma lentamente.
Quelli che ci governano cominciano sempre i loro discorsi dicendo: "Il Governo non cederà di fronte alle minacce", invece è il contrario: il Governo cede solo alle minacce. E i cambiamenti si ottengono solo reclamandoli energicamente. Da qualche anno gli adulti hanno capito e ottengono in piazza quello che gli si rifiuta negli uffici; vi dico tutto questo solo per dimostrarvi che gli adulti quando lo vogliono veramente, possono migliorare la loro vita, migliorare il loro destino, ma in tutte queste lotte i bambini sono dimenticati: non c'è nessun partito politico che si occupi veramente dei bambini, dei bambini come Julien o dei bambini come voi.
Esiste una spiegazione per tutto questo: i bambini non sono elettori. Se i bambini avessero diritto al voto, voi potreste chiedere più asili nido, più assistenti sociali, più di qualsiasi cosa e li otterreste, perché i deputati vorrebbero i vostri voti. Per esempio potreste ottenere di arrivare a scuola un'ora più tardi d'inverno, invece di arrivare che è ancora notte.
Volevo anche dirvi che, proprio perché ho un brutto ricordo della mia infanzia e perché non mi piace come ci si occupa dei bambini, che io ho scelto di fare il lavoro che faccio: cioè insegnare. La vita non è facile, è dura ed è importante che impariate a diventare forti per poterla affrontare.
Badate: io non vi spingo a diventare dei duri, ma dei forti. Per uno strano equilibrio quelli che hanno avuto un'infanzia difficile, sono più preparati ad affrontare la vita adulta di quelli che sono stati molto amati e molto protetti. E' una specie di legge di compensazione: la vita è dura, ma anche bella. Infatti ci teniamo molto: basta essere costretti a letto per un'influenza o una gamba rotta per avere voglia di uscire, di andare a spasso, per accorgerci che la vita ci piace.
Bene. Fra poco partirete per le vacanze: conoscerete nuovi posti, della gente nuova e quando tornerete andrete tutti in una classe superiore. A proposito l'anno prossimo le classi saranno miste. E poi vedrete che il tempo passa in fretta: un giorno avrete anche voi dei bambini e io spero che voi li amerete e loro vi ameranno, anzi loro vi ameranno se voi li amate, altrimenti rivolgeranno il loro amore o il loro affetto, la loro tenerezza su altra gente, su qualcos'altro, perché la vita è fatta così: non si può fare a meno di amare e di essere amati.
Bene, ragazzi: la scuola è finita. E vi auguro buone vacanze
".*

*dialogo tratto da "Gli anni in tasca" regia di Truffaut

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sabato, 27 gennaio 2007

"Il cinema non è un mestiere. E'un arte. Non è una squadra. Si è sempre soli; sulla scena come di fronte alla pagina bianca." Jean-Luc Godard

Negli anni fertili dell'immediato dopoguerra, precisamente il 30 marzo 1948 un articolo divenuto celebre fu pubblicato su "L'ecran Français". La firma è di Alexandre Astruc, il quale predicava la nascita di una nuova avanguardia, un  cinema capace di diventare "mezzo di scrittura flessibile" e di diffondersi ovunque. L'autore vede nel cinema un mezzo d'espressione nuovo che rafforzi l'esistenza di una scrittura e di un linguaggio cinematografico.

Presentendo un cambiamento nel modo di fare cinema, Astruc espone la sua idea di camera-stilo; un linguaggio cinematografico nel quale e per il quale un regista è un vero artista (fino agli anni Quaranta era dato per scontato che  il regista fosse un soggetto antropomorfo) e che un film deve essere totalmente riconduciible a questa nuova figura di film-maker, alla sua personalità. L'artista può esprimervi  il suo pensiero, le sue idee, per astratte che esse siano, o tradurre le sue ossessioni, ciò che fino allora era permesso solo alla letteratura; con la differenza che il regista pensa  per immagini, in termini di messa in scena.

 "Il cineasta-autore scrive con la macchina da presa come uno scrittore scrive con la penna". dice Astruc

L'abolizione necessaria tra sceneggiatore e regista pone la condizione che sia l'autore stesso a girare i suoi film. Colui che ha pensato l'opera la deve eseguire.

Nello svolgimento di un film, i gesti di ogni personaggio, le parole,  tuttti i movimenti di macchina devono collegare tra esse oggetti, personaggi. Ogni pensiero, come ogni sentimento, è in  rapporto con tutto quello che abita nell'universo dell'autore. Questi rapporti espliciti disegnano la traccia tangibile, che il cinema può divenire veramente il luogo d'espressione di un pensiero.

Come trasmettere un'idea, un pensiero, una percezione al cinema? Secondo Astruc, si può esprimere un pensiero esplicando  i rapporti tra un essere umano e un altro, o tra un uomo e un oggetto. Una Trascrizione visuale di sensazioni letterarie senza cadere nel cinema sperimentale, surrealista, e senza utilizzare metafore per tradurre un'idea.

"Aggiungerò che mi capita, vedendo e rivedendo le opere di Alfred Hitchcock, di avvertire a tratti la stessa impressione che si prova leggendo autori come, mettiamo,  Dostoevskij o Faulkner, di trovarsi in un universo al tempo stesso estetico e morale in cui il bianco e il nero, l'ombra e la luce, e perfino quell'arte comune al romanzo e al cinema che è la regia, esprimono, ancora più del racconto stesso, il segreto lacerante che i personaggi portano in fondo al cuore." Alexandre Astruc

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domenica, 07 gennaio 2007

"Il compito dell'artista non sta nell'arduità di imparare a montare il film, o a far funzionare la camera; ma di non separare il proprio lavoro, il proprio film dalla vita, da sè stessi. Non devono esistere differenze tra il film e la vita. Un regista è come ogni altro artista: un pittore, un poeta, un musicista...gli viene richiesto di contribuire con la propria identità,con qualcosa di sè; di essere moralmente responsabile di quello che si fà e si mostra,altrimenti siamo professionisti come altri che sfruttano la propria professione o posizione e non gente preparata che pensa che il cinema è una seria e difficile arte che richiede il sacrificio di tutto quanto si ha, che lo si creda o no. Il cinema utilizza la vita dell'artista e non viceversa. E' un sacrificio di sè stessi all'arte". Tarkovskij

La materia prima del cinema è l'intelligenza la cui espressione immediata è la parola, il testo fa vivere l'immagine, gli dà un senso.

Il cinéma è un'arma  magnifica e pericolosa, se chi la pratica non è uno spirito libero; è il miglior strumento per esprimere il mondo dei sogni, delle emozioni, dell'istinto. 

 Il cinema sembra esser stato inventato per esprimere la vita del subconsciente le cui radici penetrano così profondamente nella poesia.

L'artista non è mai libero. Non vi è un'altra categoria di persone che sia meno libera degli artisti. Essi sono incatenati al proprio dono, alla propria predestinazione, che è quella di servire il proprio dono e, con questo, gli uomini.

L'esercito di registi figli di una schiavitù dorata che per divergeze d'interessi e somme investite, relega questa funzione agli antipodi di una libertà creatrice rassegnata, manca di ambizioni e di audacia. La loro celluloide è fatta dei soldi di uno stato che finanzia questo torpore metadonico che non rende i mestieranti liberi, uomini veri.

E il pubblico? Anche lui gioca il suo ruolo, ha la sua partecipazione diretta in questa partita.

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categoria: poesia, riflessioni, cinema, film, arte, , regia, tarkovskij


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alla tua domanda rispondo: "Nameerf". E' l'esatto contrario di freeman, ossia uomo libero, liberato. E'un mio singolare nick che incuriosisce. Indica lo stato di una coscienza che sa, come lo sapevano i burattini di Mangiafuoco, di non essere libera. Conosce bene l'indirizzo della fata turchina, ma gli manca ancora la mercede. (senza s, non è un auto).


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