L’occhio è lo specchio dell’anima, l’espressione del mondo dell’anima e del pensiero; occhi e anima sono in stretto rapporto.” (jan van rickenborgh)
Ogni immagine può essere veritiera ossia neutrale o assolutamente falsa, bugiarda. Può registrare gli eventi in maniera pura o essere manipolata, re-inventata, costruita ex-novo. Questa duplicità la ritroviamo parzialmente agli inizi del cinema con la differenza tra i film di Lumiere e quelli di Melies.
Il pittore e surrealista Magritte usava richiamare l’attenzione del pubblico sul fatto che il mondo che vediamo in immagine non è la realtà, bensi il significato metaforico di un elemento che è il segno formale del concetto.
In una delle scene più famose di Bunuel si vede un occhio che guarda la luna attraverso una finestra della casa rappresentante il nostro mondo sensoriale; quest'occhio che vede l'anima di cui la Luna ne è il simbolo, viene tagliato da un rasoio. L'occhio ucciso, staccato è separato dal mondo sensorio terrestre per aprirsi a una nuova immagine. Questa visione non viene più da dentro la casa, da dentro l'antro di Platone o dal palazzo degli specchi illusori dove le persone che cercano la verità sbattono contro i vetri delle realtà illusorie.
Quest''idea primigenia che sussiste latente in tutti come una reminiscenza, il saggista cinematografico Gilles Delleuze la rinominò "L'immagine-cristallo"; ossia quando l'immagine presenta una doppia faccia insieme attuale e a-temporale, tra presente e passato, reale e immaginario, producendo una nuova forma di indiscernibilità.
Tra i numerosi autori di immagini cristallo ricordati da Deleuze ci sono:
Orson Welles (ne la Signora di Shangai si ricorda la celebre sequenza della stanza degli specchi),
Tarkovskij (il suo film recensito in un post precedente si intitola appunto Lo specchio)
Resnais (la confusione di passati-presenti di L'anno scorso a Marienbad),
Renoir,
Cocteau
e altri ancora, come Fellini, che si pongono il problema di come entrare in quel cristallo e si aiutano con ricordi d'infanzia, immagini, deja vu: ricordo del presente, passato contemporaneo al presente stesso.
Tuttavia l'immagine cristallo non ha una natura mentale o psicologica, ma esiste fuori della coscienza e nel tempo, quasi come un frammento di tempo allo stato puro. Il passato si forma contemporaneamente al presente e dunque il tempo si sdoppia in ogni istante e l'immagine attuale del presente che passa si forma simultaneamente all'immagine virtuale del passato che si conserva, fino a formare un circolo.
Per Bunuel le origini della stupidità umana, le sue catene e gabbie sono proprio quelle maschere con cui l'uomo si aggrappa alle illusioni molteplici di una vita: l'ideologia, la sessualità, la storia, la religione, il misticismo, l'inconscio. Con rigore, egli rivelava i segreti dell'anima, e dell'inconscio che l'uomo nega per meglio obliare i suoi errori ed orrori.
Ho già trattato Bunuel in due post per cui vi rimando ad essi per maggior ragguagli.
I video di Welles e Cocteau sono postati da me su youtube
" L'immagine cinematografica prende corpo in una quarta dimensione avvertibile dall'occhio. Ma cionondimeno, non ogni fotografia cinematografica può pretendere di dare un immagine del mondo: il più sovente ne descrive soltanto la concretezza. La registrazione naturalistica dei fatti è del tutto insufficiente a creare un immagine cinematografica. L'immagine del cinema si fonda sulla capacità di far passare per osservazione la propria percezione dell'oggetto. L'immagine, come riteneva Gogol è chiamata ad esprimere la vita stessa e non dei concetti o delle riflessioni sulla vita” A. Tarkovskij
Esiste una lingua, una forma di comunicazione che attraverso sentimenti e immagini supera l'incomunicabilità, che attraversa le barriere, che abbatte gli ostacoli che separano figure che prima si trovavano opposte allo specchio, opposte dalla porta. Abbattere la dimensione spazio-temporale per avvicinarsi il più possibile al perturbante, è quello che Tarkovskij chiama 'mistero'.
Uno schermo si allarga e il mondo, che prima era separato da noi, attraverso un diaframma entra in noi, diventando la realtà. Il piccolo Aleksej (lo stesso Tarkovskij) si rivolge direttamente agli spettatori seduti dall'altra parte dello schermo. Il tempo è unico e indivisibile.
Quante parole conosce l'uomo? Ha il dono di penetrare nel mondo dei sentimenti e del mondo che ci circonda e di mostrare valori autentici? O forse il grande merito è di ascoltare e comprendere?
Gli avvenimenti che il protagonista del film ricorda in uno stato di profondissima crisi spirituale lo fanno soffrire fino all'ultimo momento, suscitando in lui tristezza e inquietudine.
Proprio come accade nella “cerca” proustiana, ne “Lo specchio” il regista è a letto, malato, e va alla ricerca del tempo perduto; e il mondo in cui pensa e quello che pensa creano una rappresentazione di esso vivida e definita.
Il racconto inizia nel 1932, anno di nascita del regista.
Il film si intitola "Zerkalo" e lo specchio è qualcosa che delimita le coordinate spazio-temporali. Le scene godono di una loro autonomia, assicurata dall'esaurimento del tempo reale nel tempo cinematografico. Un tempo che lascia cadere gli oggetti, che ferma l'inquadratura anche dove, apparentemente, non c'è vita.
Basti pensare che perfino l'aria ha un suo tempo, riportato cinematograficamente, come quando viene inquadrato l'alone del vapore lasciato dalla tazza di tè caldo sul vetro del tavolo, fino a quando questo non scompare.
L'urlo finale di Andrej/Ignat e la carrellata sui tronchi degli alberi di un fitto bosco traducono le frasi emblematiche dell'ultima poesia recitata da Arsenij Tarkovskij: "L'uomo ha un corpo solo, solo come la solitudine, l'anima ne è stanca e io cerco un'altra anima".

"L'arte serve all'uomo per elevarsi spiritualmente, innalzarsi al di sopra di sè stesso, per usare ciò che noi definiamo >libero arbitrio<" A. Tarkovskij
I film sono come meteoriti caduti dal cielo, recanti in sè stessi il loro inizio e la loro fine. Sono universi imperfetti che apportano le loro proprie certezze, illusioni, valori. Il loro motore è un Orologiaio, un unico Autore perfetto, che li spinge alla creazione per salvarsi dall'oblio. La loro originalità creativa è una forma che crea e incuriosisce sia che essa si concentri verso l'innovazione o verso la caducità.
Nel cinema la nozione di "autore" è simile a quella di un autore in letteratura o in pittura: un uomo che gestice la propria opera, nella quale c'è lui stesso, la sua interezza. La pressione a cui è sottoposto non è un eccezione. Ogni vero artista è sempre sotto pressione e non lavora mai in consizione ideali. Forse se lavorasse in condizioni ottimali non esisterebbe il suo lavoro; perchè l'artista non lavora in un vuoto senz'aria. Una pressione deve esserci, non si sa dire di che tipo, ma deve esserci. E l'artista esiste proprio perchè il mondo non è perfetto, e l'arte non sarebbe necessaria a nessuno se il mondo fosse regnato dall'armonia e della bellezza.
L'uomo non cercherebbe l'armonia in altre attività, vivrebbe in essa.

Nei primi tempi del Cristianesimo, c’era chi presentiva questo mondo come un mondo di ombre e ritornò con i suoi passi verso la realtà, verso il vero mondo, pensando di trovarlo da sè stessi, senza nessuna mediazione. Essi dicevano: “Questo non è un mondo reale, ma di ombre”.
“Tra i cineasti, Quelli che creano il proprio mondo di solito sono i poeti. Ci sono Bresson su tutti, Dovzhenko, Mizoguchi, Bergman, Bunuel, Kurosawa e per strano che possa essere, questi sono stati i più importanti film-makers. Il loro scopo consisteva nel dare espressione a quello che c'è di più profondo, e non correre dietro a quello che il mondo chiama l’audience.” Tarkovskij
I direttori di film, citati dall’artista russo, si opposero al gusto dell'audience, che è per il show biz un fattore decisivo. Non lo fecero perché essi desideravano restare nell'oscurità delle luci della ribalta, ma perchè posarono il loro ascolto nel segreto: un mondo simbolico, non esistente negli interessi dei produttori. Questo spiega perchè ebbero seri problemi per far uscire i loro film.
MARTIRIOLOGIO
Orson Welles
"L'orgoglio degli Amberson"
Il suo secondo straordinario film è stato disconosciuto dall'autore stesso perché la produzione tagliò quarantatrè minuti di pellicola montandone una nuova versione senza la supervisione del regista che, con risentimento, abbandonò Hollywood per andare in Europa.
"È tutto vero"
A causa delle gravi difficoltà produttive, Welles sarà costretto più volte a sospendere la realizzazione di tutte le opere successive, alcune addirittura resteranno definitivamente incompiute, bloccate dai produttori nel 1942 per questioni politiche e ritrovate dopo quarant'anni negli archivi della Rko.
Jacques Tati
“Jour de fète”
Fu il primo film a colori transalpino. Dato che all'epoca non era possibile stampare come voleva il regista, almeno in Francia, soltanto nel 1964 con i suoi mezzi, riuscì a curarne una rudimentale edizione a colori mentre quella definitiva è uscita postuma soltanto nel 1995.
“Playtime”
Il progetto prevedeva la costruzione alla periferia di Parigi di una città: Tativille, con strade asfaltate e impianti funzionanti, una piccola città che sarebbe dovuta diventare la cinecittà francese. L'impresa fallisce e la ferita gli costò gli ultimi 15 anni di cinema...e il suo ultimo film “Confusion”.
Louis Bunuel
"L'Âge d'Or"
Onirico e provocatorio al punto che per lo scandalo che lo ha accompagnato, la sala nella quale si proiettava fu bruciata dai fascisti. Bunuel è costretto a trasferirsi in Francia, negli Stati Uniti e in Messico.
Messo nel segreto e brutalmente vietato per 50 anni, il film, fu riproiettato al pubblico di Parigi per la prima volta nel 1981.
"Il bruto"
Il film è del 1952, ha subito l'intervento pesante della censura e la sceneggiatura è stata stravolta dalla produzione.
"Viridiania"
Capolavoro complesso e inquietante, fu definito sacrilego e blasfemo e attaccato addirittura dall’Osservatore Romano. Franco proibisce il film perché la religione perde. Il Consiglio dei Ministri spagnolo alla presenza di Franco destituisce il direttore generale del cinema.
"Simon del deserto"
E' stato disastrato da problemi finanziari.
continua


“A mio parere, l'artista non procede affatto come un ricercatore, egli non agisce empiricamente in nessuna maniera ("proverò a fare questo, tenterò quest'altro"). L'artista dà una testimonianza sulla verità, sulla sua verità del mondo. L'artista deve essere certo che egli e la sua creazione rispondano alla verità. Io rifiuto il concetto di esperimento, di ricerca nella sfera dell'arte.” A. Tarkovskij
Il cinema magico, la creazione della camera obscura è l'immagine che risveglia: la lanterna magica.
Certo, “il cinema della stanza in fondo” è un prolungamento del gioco infantile. I ricordi dell'infanzia non hanno mai fatto di un uomo un artista; ma il gioco, se è privo di scopo strumentale in quanto premio a sé stesso, non è privo di finalità.
Ogni cultura nasce dal gioco. Attraverso di esso la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo. Tutte le attività fondamentali della società umana nascono dal gioco. E l’arte è un gioco con finalità molto serie, perché ci fa sperimentare altri mondi possibili, ci aiuta a capire la vita e a viverla meglio, dando un senso alla realtà, facendoci sperare che la bellezza creata dall’uomo possa essere meno effimera di quella della natura, come è il caso dei film che i grandi registi ci hanno lasciato in dono.
Costoro hanno affrontato, seppur sabotati e combattuti, un vestito filmico alla loro idea/spirito: affrontare questa ombra del corpo che è l’anima.
Questi artisti che non sono né eroi né superuomini, né ribelli; ma degli stranieri sulla terra come il principe Myskin di Dostoevskij o come il santo bizantino Andréi Iurodivi: un anti-eroe ben delineato nel suo profilo dalla letteratura russa.
L'arte influenza il pubblico, non perché il suo esempio sia contagioso, ma in quanto lo nobilita dal punto di vista morale, mettendolo a confronto con situazioni diverse, con il mondo degli scrittori e degli artisti.
Tutto questo ha un impatto sull'animo umano tale da trasformarlo.
Dopo aver visto o letto un'opera d'arte non è più possibile rimanere impassibili e tali quali eravamo prima della… “visione”.
Sono state scritte migliaia di pagine sui grandi artisti ma, in fondo, nessuno ha potuto spiegare nulla. Nessuno ha potuto trovare, sfiorare la verità, toccare l'essenza della loro creazione! Questo dimostra ancora una volta che il miracolo è inspiegabile...
La libertà nel senso più alto e soprattutto nel senso artistico, nel senso della creazione, non esiste. In circostanze contraddittorie, ci sono stati uomini che hanno avuto una inaudita libertà interiore, un mondo interiore, nobiltà. La libertà non consiste nella qualità della scelta: la libertà è una condizione dello spirito.

"Il compito dell'artista non sta nell'arduità di imparare a montare il film, o a far funzionare la camera; ma di non separare il proprio lavoro, il proprio film dalla vita, da sè stessi. Non devono esistere differenze tra il film e la vita. Un regista è come ogni altro artista: un pittore, un poeta, un musicista...gli viene richiesto di contribuire con la propria identità,con qualcosa di sè; di essere moralmente responsabile di quello che si fà e si mostra,altrimenti siamo professionisti come altri che sfruttano la propria professione o posizione e non gente preparata che pensa che il cinema è una seria e difficile arte che richiede il sacrificio di tutto quanto si ha, che lo si creda o no. Il cinema utilizza la vita dell'artista e non viceversa. E' un sacrificio di sè stessi all'arte". Tarkovskij
La materia prima del cinema è l'intelligenza la cui espressione immediata è la parola, il testo fa vivere l'immagine, gli dà un senso.
Il cinéma è un'arma magnifica e pericolosa, se chi la pratica non è uno spirito libero; è il miglior strumento per esprimere il mondo dei sogni, delle emozioni, dell'istinto.
Il cinema sembra esser stato inventato per esprimere la vita del subconsciente le cui radici penetrano così profondamente nella poesia.
L'artista non è mai libero. Non vi è un'altra categoria di persone che sia meno libera degli artisti. Essi sono incatenati al proprio dono, alla propria predestinazione, che è quella di servire il proprio dono e, con questo, gli uomini.
L'esercito di registi figli di una schiavitù dorata che per divergeze d'interessi e somme investite, relega questa funzione agli antipodi di una libertà creatrice rassegnata, manca di ambizioni e di audacia. La loro celluloide è fatta dei soldi di uno stato che finanzia questo torpore metadonico che non rende i mestieranti liberi, uomini veri.
E il pubblico? Anche lui gioca il suo ruolo, ha la sua partecipazione diretta in questa partita.
Andrej Tarkovskij

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"La debolezza è potenza e la forza è niente".
Quando un uomo nasce è debole e duttile,
quando muore è forte e rigido,
cos' come l'albero,
Mentre cresce è tenero e flessibile e
quando è duro e secco muore.
rigidità e forza sono compagni della morte
debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.
cio che si è irrgidito non vincerà"
Andrej Tarkovskij (1932-1986) secondo il giudizio di Bergman* è stato il più grande regista del XX secolo.
Il cinema di Tarkovskij ha rappresentato per l’arte del XX secolo un reale e dirompente strumento di interpretazione della condizione umana, della sofferenza e del desiderio di conoscenza. Autore di film come Andrej Reblev, Solaris, Stalker, Sacrificio, ha condotto il cinema alla dignità artistica ed esistenziale della poesia e della pittura.
Le inquadrature tarkovskijane sono sempre sconvolgenti a causa del contenuto complesso e comunicano un’inquietudine in chiave simbolica e spirituale: il fluire delicato di un corso d’acqua, la lenta concatenazione di gocce che si inseguono senza soluzione di continuità, il rumore della natura, il morbido sibilo del vento; la camera inquadra un un territorio espressivo altissimo, enigmatico e profondo, nel quale la ricerca del senso della vita, il significato assoluto della morte, la religiosità e la sacralità dell’esistenza ma anche il mistero, il dubbio e la paura si mescolano creando un sistema di segni, la rappresentazione dell’armonia e della bellezza ma anche la potente ed inarrestabile forza delle emozioni umane, la debolezza e il sogno. Sullo sfondo l’amore per la terra, la madre patria, una Russia magica e labirintica, in cui l’ossessione poetica si stempera nella dimensione dei sentimenti puri e dolcemente travolgenti.
*«Quando scoprii i primi film di Tarkovskij fu per me un miracolo. Mi trovai, all'improvviso, davanti alle porte di una camera di cui fino ad allora non avevo la chiave. Una stanza dove avrei voluto sempre entrare e dove egli stesso, Tarkovskij, si muoveva con tutto l'agio... Qualcuno aveva espresso ciò che avevo sempre voluto dire senza sapere come.
Se Tarkovskij per me è il più grande, è perché egli dà al cinema - nella sua specificità - un nuovo linguaggio che gli consente di catturare la vita come apparenza, la vita come sogno». Ingmar Bergman