Dedicato agli amici più cari

PARIGI VISTA DA JACQUES RIVETTE
Arriva Natale e con esso il rituale dei pacchetti regalo. In uno di questi so di trovarci un dvd e non aspetterò certo domani per aprirlo.....Vi trovo uno dei film chiave della Nouvelle Vague: Paris nous appartient di Jacques Rivette.
La Nouvelle vague fu prima di tutto una cerchia di giovani critici come Truffaut e Chabrol, che sospinti dall'idea originaria del cinema con i Lumiere e sopratutto Melies, ma anche di autori internazionali come Hitchcock e Lubitsch spaccarono il cinema dei papà, film gonfiati di spese dai produttori per intascare una maggior percentuale, ma sopratutto film di facili caratterizzazioni, rivolti semplicemente ad uno svago, non perfettamente fedeli al soggetto o libro originario; ripresa filmica diretta a delle emozioni e non ad una analisi concettuale. I costi di questi film con delle star come Fernandel restringevano ad una casta la possibilità di fare del cinema, privandolo di divenire un'arte libera da preconcetti e schemi mentali e non più il mestiere di una lobby.
Ma torniamo a Paris nous appartiens. Regista: Jacques Rivette; il compare di Truffaut che con un sogno nel cassetto e un magnetofono ingombrante andavano a intervistare Hitchcock, Max Ophuls, etc...i grandi maestri su cui appoggiarsi come insegna Balzac nelle sue "Illusioni Perdute".
Rivette rivela una concezione analitica dei sentimenti umani, totalmente rispettoso della durata delle azioni. Avventurosamente girato nel corso di due anni e finito grazie ai soldi che investi Truffaut dopo il suo primo successo (i 400 colpi) è la storia di un gruppo di teatranti tenuti insieme da misteriosi e magici legami che uniscono il teatro e la vita. E' un dramma shakespeariano dove s'intrecciano politica e arte.
Diciamo che fortemente il cinema di Rivette è un'accesa meditazione sul dualismo esistenza/immaginazione, realtà/sogno, vita/teatro.
Grazie a Rivette, alle sue sequenze, entriamo nei cortili polverosi o nei giardini di Montparnasse, le famose scalinate di Montmartre con lui pullulano di vita, i viali alberati dei quartieri meno famosi di Parigi, i cortili in pietra delle terrazze,..è una Parigi misteriosa e poetica, vero teatro d'investigazioni, di inseguimenti, di incontri. I temi prediletti da Jacques Rivette sono già presenti in questo primo lungometraggio costruito come un enigma, dove Parigi è il teatro di una realtà investita dalla psicosi e da fantasmi.
Tutto sembra ordinario oggi. Ma si indovina, si sà che è sufficiente di alzare la testa per constatare la bellezza di Parigi. Al giorno d’oggi il meraviglioso dorme di fronte all'ordinario. Una ragazza passa. Il cuore s’infiamma. Parigi serve da scrigno. Paris nous appartient è innanzitutto una lunga amicizia amorosa tra i giovani critici dei Cahiers du Cinema e Parigi, è una di queste storie di gioco della vita che Rivette seppe ben raccontare.
"Paris n'appartient à personne" Peguy
Ogni singola parola fa parte di un’immagine
Ogni singola frase è un immagine
Quello che devi fare è che la tua fantasia leghi un’immagine all’altra.
La creazione di un film non è l’espletamento miracoloso di un talento naturale, ma un’operazione di rigorosa matematica degli effetti. Vestire delle idee. Ma senza tradire l’artificialità a opera finita...Non è illudendosi di flimare la vita così com’è che si raggiunge la naturalezza Dico sempre che un film è come un tragitto in treno: le scene si agganciano come vagoni le une alle altre, la storia avanza sui suoi binari, il pubblico-viaggiatore non abbandona il treno, si lascia trasportare dal punto di partenza al capolinea attraversando paesaggi che sono delle emozioni. François Truffaut

P.s. Truffaut non ha mai ricoperto incarichi pubblici o di categoria, né si iscrisse ad alcun partito. Non fece mai richiesta per un finanziamento pubblico per i suoi film pur avendone in alcuni momenti della carriera sentito il bisogno.
François Truffaut
La vita è per definizione transitoria, provvisoria. Essa procede con un inizio, un decollo e una china votata ad una degradazione. Tutto nella nostra vita richiama il definitivo, e se si fa del cinema affettivo non si può che mostrare delle divisioni, degli ostacoli , delle lacerzioni interiori; poiché esiste una contraddizione nelle nostre vite: le nostre aspirazioni sono definitive,votate verso un'assoluto; ma la realtà delle cose è totalmente provvisoria. François Truffaut
LA GRANDE ILLUSIONE
Platone insegna che questo mondo è un mondo di ombre e gli esiliati che vi prendono parte sono costretti a vivere delle immagini che l'inconscio collettivo e personale proietta sulla parete in fondo della caverna. Incapaci di disconoscere questa falsa luce, gli uomini perdono di vista la realtà oggettiva a favore di quella soggettiva. Il mondo vero, la "Prima mens", il mondo delle Idee, è a questi uomini precluso da un mondo di ombre creato da un dio minore, la divinità tribale che oscura un mondo vero e divino che devono ritrovare nel più profondo della loro unicità.
L'uomo incapace di distaccarsi da questa falso gioco di ombre vive nella Grande Illusione.
LA REGOLA DEL GIOCO
La Grande Illusione è dunque l'illusione della vita, l'illusione che ciascuno si fà del ruolo che svolge nell'esistenza. La Regola del Gioco e altri film di Jean Renoir, si rifanno implicitamente alla frase di Pascal che meglio amava citare: " Ce qui intéresse le plus l'homme, c'est l'homme".
JEAN RENOIR
Jean Renoir dunque: dotato di una intelligenza libera, di spirito di tolleranza, durante la sua lunga carriera fu più interessato a filmare dei personaggi che delle situazioni. I paradossi e un forte senso degli aspetti barocchi della vita quotidiana <La fiaba della realtà> lo interessavano fortemente e si sforzava di filmarli senza stereotipi. Jean Renoir - diceva Truffaut - conduce i suoi film secondo il principio della bilancia, ovvero aggiungendo pesi alternativamente su ogni piatto della bilancia al fine di rivelare gli esseri umani nella loro profondità, in modo che ciascuno avesse una possibilità: quella che gli appartiene. Senza preoccuparsi del realtismo e dell'esattezza del dettaglio, attitudine che Renoir non cercava, la sua osservazione sapeva svincolarsi dall'osservazione della realtà; liberare il fatto significativo dal convenzionale con soluzioni semplici, umane, senza bluff, livellando in un duplice movimento l'abituale dualità dei dettagli troppo contrastati e di facili caratterizzazioni.
CONCLUSIONE
Per concludere... Il Palazzo degli specchi del luna Park è l'antro di Platone: delle persone che cercano la verità sbattono contro i vetri delle realtà illusorie.
Renoir filma questi uomini e donne barocche che furono delle Idee, ci invita a rispettarli tutti, senza esclusione,"tout court". L'idea primigenia continuerà a sussistere latente in loro. Il lavoro cinematografico di Renoir non perse mai di vista l'uomo spossessato della sua primigenia identità e allo stesso tempo sostenuto dalla Grande Illusione del mito della caverna di Platone.

Adolescenti e cinema
Di un periodo così particolare della vita un giovane regista francese si fece carico di farne un film che esplose a quei tempi (fine anni 50)come una vera bomba e partecipò ad avviare una nuova epoca per il cinema : la nouvelle vague. François Truffaut un giovane regista, non partecipò mai ad una scuola di cinema, e bisogna dirlo neanche si iscrisse mai al liceo. Eppure ancora oggi si parla dei “bambini alla Truffaut”, perché questo regista non si limitò a riprendere dei ragazzi scimmiottare e fare il verso degli adulti o inquadrare dei bambini modello come usava la morale e il celato pudore degli adulti dell'epoca (1959).
Allorche fece la sua apparizione sugli schermi, l’attore Antoine Doinel non aveva che 13 anni. Non era né un ragazzino sfortunato, né sbagliato, ma semplicemente un adolescente. Perché un adolescente? “Per i genitori, questa parola, non ha un gran significato” così si spiegò Truffaut poco dopo l’uscita del film, “non riveste che un significato agli occhi degli educatori. Per papà e mamma, non esiste l'adolescenza. Non si è che un bambino sino alla partenza per il militare, da dove ne ritorna uomo, baffuto se gradite”. E aggiunge: “Se esiste una tesi nel nostro film, questa sarà la seguente: l’adolescente non lascia che un buon souvenir che agli adulti aventi una cattiva memoria”. Il personaggio del film non è un adolescente come gli altri, ma un individuo, in maniera totale.
Egli non è un simbolo per attaccare la società. Il cineasta insisteva sempre su questa nozione di individualità, che è il più sovente rifiutata al ragazzo dagli mondo degli adulti, sia dalla famiglia he dall’educazione. Ciò si traduce con una mancanza di libertà che si manifesta con un comportamento erratico: “Il suo comportamento allorché si ritrova solo è significativo: un melange di attività e momenti buoni e non. Questo adolescente, che non viene maltrattato, ma che non è in alcun modo considerato è già un perpetuo angosciato, esce da una situazione complicata per finire in un’altra. Chiuso in questa rete di menzogne che lo imprigionano, egli vive nella preoccupazione e nell’ansietà; è preso in un ingranaggio stupido e si farà uccidere piuttosto che confessare la minima cosa". La madre non lo chiama mai per nome e il padre ne parla sempre come se non fosse mai presente.
Malgrado tutto è considerato un ribelle, e la sua ribellione non prende forma nella lotta, ma nell'evasione. E quale migliore evasione se non quella nei libri e nei cinema...? Ma le sue fughe perpetue davanti alla realtà finiscono per condurlo davanti a giudice per i minori. Alla fine del film, Antoine fa un ultima evasione e arriva su una spiaggia, di fronte a quel mare che in vita sua non aveva mai visto e il cui orizzonte infinito è il contrario dei luoghi chiusi che lo hanno tenuto prigioniero sino a quel momento. Ancora una volta i contrari si toccano, la sua fuga lo porta davanti all'orizzonte infinito del mare, ancora una volta un limite alla sua voglia di giungere "altrove". Il protagonista rivolge poi lo sguardo verso lo spettatore. Il suo sguardo è interrogativo:
"Perchè sono là?"
A causa degli adulti che non hanno mai stabilito un vero dialogo con lui? Questi adulti anonimi di fronte all'individuo Antoine hanno pesato oramai ovunque possa giungere lui, l'adolescente di fronte al mondo.
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